venerdì 22 settembre 2017

Rosita Copioli

BASTANO DUE?

Tu non lo sai perché io torno a contemplarti
ogni volta come fosse la prima
e mi stupisco per
l’entusiasmo davanti alla tua pelle
una cosa così strana
che elettrizza e placa
dà pace
pace elettrica beata
senza che nient’altro entri in mezzo
tra noi due.
Che cosa strana
questa gioia
pacatissima
che ha inghiottito tutte
le scintille nervose vibranti
le tiene in un ventre
d’acciaio temperato
non ne manca nessuna
ma bollono tanto
l’acciaio ne freme
duramente
gioiosamente.
Tu non sai, ma nemmeno io lo so,
perché questo struggimento, questa pacatezza,
questo entusiasmo, questa pienezza
avvenga e sia, e sia sempre, e sempre
mutino le forme, e si moltiplichi
una sostanza ferma come la roccia,
metamorfica come le nuvole del cielo.
Io vorrei entrare, ti confesso,
in questo mistero. Io sono, tu sei,
questo istero in due.
Più ci entro, e come non potrei esserci
più a fondo, come te?
Più ci entro, più capisco, e
più mi perdo e non capisco.
Bastano due, a fare smemorare
il mondo,
di ogni conoscenza?

da Le acque della mente, Mondadori, 2016



mercoledì 20 settembre 2017

Philip Larkin

LA FALCIATRICE

La falciatrice si bloccò, due volte; inginocchiandomi trovai
un porcospino imprigionato tra le lame,
ucciso. Era vissuto nell’erba alta del prato.

L’avevo già visto e gli avevo pure dato da mangiare, una volta.
Adesso avevo irrimediabilmente distrutto il suo mondo                                                                                                     /discreto.
La sua sepoltura non i fu di nessun aiuto:

al mattino io mi risvegliai e lui no.
Il primo giorno dopo una morte, la nuova assenza
resta sempre lì – uguale;

dovremmo essere l’uno dell’altro attento,
e gentili anche, finché ci resta un po’ di tempo.

Traduzione di Enrico Testa


dall’introduzione di Finestre alte, Einaudi, 2002

lunedì 18 settembre 2017

Juan Ruiz

AMAMI

Amami come sai, con l’ansia del possesso
col brivido dell’unghia,
nella carne nell’ansimo nell’urto
dei corpi nel gemito nell’umida penombra
del tuo estuario e del nostro abbandono.
Regalami un’ora o una vita 
che sia eterna.

venerdì 15 settembre 2017

Edoardo Ferri

ADESSO MANCA IL RESPIRO

Adesso manca il respiro
gli alberi assorbono il vento
il rosso dell’alba cuce 
il pallido segno del giorno;
ora che sei qui
le montagne sono miniature
di nuvole cadenti.
Mentre mi baci un alto cielo 
si schiude e le tue mani
tracciano la chiara esattezza
di un’intera vita.

(inedita)

mercoledì 13 settembre 2017

Giovanni Giudici

I VECCHI

Non onorate i vecchi,
abbiatene pietà
perché sono gli specchi
di come finirà

tutta la vita per noi
che non abbiamo virtù:
vogliono i vecchi eroi
amore, ma non c’è più

nei vecchi nulla da amare,
lacrime, sesso e vino:
tutto dobbiamo odiare
nei vecchi, nostro destino.

Ladri di notti corte,
il giorno ci perderà:
coi vecchi la stessa morte
misura le nostre età.

da Poesie scelte, Oscar Mondadori, 1975


lunedì 11 settembre 2017

Carlo Roncalli

MADRIGALE

Mentre il più fido amor nutria per lei,
Lesbia sorprese Albin con questi detti:
“Tu per mille virtudi amabil sei;
Eppur Celso con tanti suoi difetti
Sa piacer, non so come, agli occhi miei.
Oh vani sforzi degli umani affetti!
Fuggo Celso per te, ma Celso io bramo,
E nel volerti amar sento ch’io l’amo.



venerdì 8 settembre 2017

Ezra Pound

LI BAI: RAMMARICO DELLE SCALE INTARSIATE

Già bianchi di rugiada
I gradini intarsiati,
Roride le mie calze
Velate, tanto è tardi.
Lascio cadere la tenda cristallina
E spio la luna nell’autunno chiaro.

Nota dell’autore - Scale intarsiate, quindi un palazzo. Rammarico, quindi c’è da lagnarsi di qualche cosa. Calze velate, quindi una signora di corte, non una serva che si lamenta. Autunno chiaro, perciò lui non ha la scusa del maltempo. In più, lei è venuta presto perché la rugiada non ha soltanto imbiancato le scale, ma bagnato anche le calze. La poesia è apprezzata soprattutto perché non esprime un diretto rimprovero.


da Cathay, versioni italiane di Mary de Rachewiltz, Einaudi 1993

mercoledì 6 settembre 2017

Carlo Alberto Parmeggiani

PSEUDO TEOGNIDE

Pur non vivendo allora di espedienti
né mettendo della neve nel bicchiere,
già in bilico era la mia sorte
ancor prima di venirmi meno.

Ma niente più mi esalta del sapere
che è di molti avere un destino
ed è per pochi non averne uno soltanto.


da Ventotto frammenti (di anonimi lirici greci), inediti

lunedì 4 settembre 2017

Juan Ruiz

PARLA LEI

1.

«I giorni i mesi: quante le domande
senza risposta! Notti e notti, oscure
d’angoscia e di domande.
Il tuo sonno ne è avvolto.
La mia insonnia ti veglia, sospirando
che qualche notte in sogno
risponderai. Chi sei? Come sei fatto?
Domande immense, queste.
Altre, fugaci e frivole, ti chiedono
cose più lievi. Ma tu non le senti.
Dormi e non dai risposte.
Quando all’alba ritornano è con loro
che mi alzo, con la stessa
volontà di sapere, con l’ansia
di conoscere senza ascoltare
le tue risposte. E ogni giorno
nasce col dubbio, non trova certezze».

2.

«Così mi offrivi il mondo, senza un tempo
certo per te e per me. Tu non parlavi
e il silenzio si nutriva di parole
non dette. Io accoglievo patimento
e desiderio (ma non erano il tuo stesso
desiderio e patimento). Ogni domanda
era un graffio una ferita. Ogni risposta
non data, aceto o sale su quella ferita...».

3.

«Io torno sempre a te,
con la disperazione e il desiderio,
spesso disorientata,
piena di dubbi e rabbia, ma ritorno
sempre a te,
con la stessa violenza
che da te mi allontana.
La testa, diffidente,
chiede di dimenticarti,
di non crederti e prova
a mettermi in guardia,
mi indica strade
più semplici e comode,
ma il cuore non la segue,
va per suo conto,
tira dritto, ti viene
dietro come un cane,
latra alle tue calcagna,
ringhia perfino perché tu ti volga,
ma se lo chiami viene a te
mansueto a mendicare le carezze».

(inedita)

venerdì 1 settembre 2017

IL MADRIGALE

9 - Gaspara Stampa

S’io credessi por fine al mio martìre,
certo vorrei morire;
perché una morte sola
non occide, consola.
Ma temo, lassa me, che dopo morte
l’amoroso martìr prema più forte;
e questo posso dirlo, perché io
moro più volte, e pur cresce il disio.
Dunque per men tormento
di vivere e penar, lassa, consento.

mercoledì 30 agosto 2017

Edoardo Ferri

POESIA DEDICATA ALLA SINFONIA LENINGRAD DI SHOSTAKOVICH

Cogliere traccianti di tempo
senza preavviso, lontani nell’inseguire
coni di luci alte e dilatate
cannoni, elmetti e sangue rappreso
nel clangore degli ottoni gelidi di
Leningrado; tu che hai subìto
l’eterno della guerra lampo
ora sai rivivere la sinfonia dell’attimo
che poi non resta molto; gli archi all’unisono
sono crescendo ruvido, questa battaglia
è  rappresentazione viva di te perduto
nella radura dove vegli sul giorno
lontano che porterà via la pioggia.


(inedita)

lunedì 28 agosto 2017

Eloy Sánchez Rosillo

DA CÉSAR FRANCK AD AUGUSTA HOLMÈS  
(Quintetto per piano in Fa minore)
                                                          
                                                         
1
(Molto moderato quasi lento – Allegro)

Quando più non speravo che qualcosa turbasse
la quiete ordinata che scelsi per la vita,
tu apparisti, e d’un tratto tutta la pace che poco per volta
pazientemente avevo conquistata se ne fuggì da me:
una vivida fiamma mi abita adesso l’anima.

Tu forse non comprendi cosa vuol dire questo per un uomo
che è stato sempre, come me, davvero molto solo
a dispetto di pochi amici, della loro fedele compagnia,
e della lunga gioia coniugale che mi ha dato mia moglie.

È come se d’un tratto nella desolazione
di un albero ancorato nell’inverno cantasse
un usignolo e i rami nudi sotto l’influsso della musica
la grazia ricordassero del verde.


2
(Lento, con molto sentimento)

La vita per me è stata un cammino assai duro
di fallimenti ai quali non piegai mai lo spirito,
perché ho sempre saputo che l’artista che lavora
con onestà al servizio del Signore e dell’opera
rare volte riceve l’attenzione della gente
del suo tempo; attenzione stimolante,
ma in fin dei conti all’arte innecessaria.

Sotto queste alte volte della chiesa è trascorsa
la parte più feconda e bella dei miei giorni:
cera ed incenso con i loro odori, nelle cerimonie
sacre, i brusii devoti dei fedeli in preghiera,
sempre mi accompagnarono, mentre io cercavo,
seduto qui nel coro, alla tastiera docile
di quest’organo amico, d’esprimere nel modo
migliore l’inquietudine che mi serrava il petto.

Sono stato felice, in certo modo, perché accettai
con umiltà il fluire quasi anonimo
del destino, sebbene a volte scoramento e noia
mi venissero accanto.

3
(Allegro non troppo, ma con fuoco)

                                           Ma oggi so che la gioia
fu solo l’ignoranza del tuo arrivo in un giorno
qualunque, che è bastata la tua sola presenza
a distruggere la pace ottenuta con sforzo.
Come negarmi alla dolcezza con la quale mi guardi,
al riso così libero, al fulgore che t’avvolge,
alla luce che brilla sul tuo labbro quando mi chiami.

Io non so, non lo so, ma benedico questa follia
che mi scuote lo spirito e mi riempie di sole se ti vedo.
Ringrazio Dio per averti creata, per averti concesso
di venire ad un tratto a cambiarmi la vita;
perché ormai io non sono più lo stesso, benché agli occhi
di tutti sia quello di sempre e nessuno, nessuno sappia
che penso solo a te, che ti amo e che per te è la mia musica.

Traduzione di Francesco Dalessandro


da Hilo de oro, Antología poética, 1974-2011, Catedra, 2014


                                           
https://www.youtube.com/watch?v=UPuRosNmLfE 

venerdì 25 agosto 2017

Carlo Alberto Parmeggiani

PSEUDO STESICORO

Se di salso sapevano le labbra
di bianca dea fanciulla che Odisseo
impaurito dalle onde di Scherìa trasse,
di mele Cidonie sanno le tue,
dispensatrici di dolcezze
che mi traggono fuori dall’autunno
e dall’abisso
del nero Tàrtaro che aspetta
ch’io discenda nei suoi recessi cupi.


da Ventotto frammenti (di anonimi lirici greci), inediti

mercoledì 23 agosto 2017

Corrado Govoni

GOVONILAMPI

*

una rondine ha fatto
il nido nel tuo reggipetto

*

Alla luce dei fulmini incursori
la casa fu castello di fantasmi,
era mortale entrarvi,
chiamata dall’amore.

Restasti scalza, senza volontà
            sulla soglia allagata,
sopra la rossa soglia flagellata

            così assente e smarrita

            con la sola camicia della luna

*

da una finestra altissima
una ragazza nuda piena
illumina la via deserta

da Govonilampia cura di Pietro Cimatti, Edizioni della cometa, 1981


lunedì 21 agosto 2017

Juan Ruiz

ESSENDO TU L’AMORE

Essendo tu l’amore (immaginai),
appena mi guardasti e con dita
che indovinano il tempo toccasti
il presente suscitando un me
da me diverso (che con quel
minimo gesto te divenne, oh
perdendosi e trovandosi, nuovo
fato) nascesti dall’assenza,
pensiero unico a mostrare il
miracolo, sogno che non può
cambiare e correggersi mentre
rivive in te solo la parola
amore, tu essendo l’amore.


(inedita)

venerdì 18 agosto 2017

David Maria Turoldo

NON DITE MAI

Non dite mai cosa sia la vita:
un pozzo d’acqua sorgiva
nel deserto,
la ghirlanda di colori
intorno al collo dei colombi in amore
un raggio di luce nel buio di una cella
o il silenzio dell’alba
quando sorge la luce…

da Il grande male, Oscar Mondadori, 1992


mercoledì 16 agosto 2017

Juan Ruiz

COME AVERTI, TU LONTANA

Come averti, tu lontana, se l’estiva
vertigine del tempo ti nasconde
al desiderio, alle salive dell’amore?
E possederti se mi manchi?
Ti possiedo col ricordo e col sangue
che s’accendono quando ti penso.
Ti possiedo con la bocca affamata,
con le labbra, con la lingua lesta.
Ti possiedo in silenzio. Ti possiedo
con lo sguardo. Di più: con il pensiero.
Di più: con l’intenzione. Ti possiedo
con attesa e attenzione, con l’ansia.
Ti possiedo da lontano aspettando
il tuo ritorno, per riaverti e possederti
chino sulle tue labbra, nell’ardore
della penombra, nel fuoco del letto…

(inedita)

lunedì 14 agosto 2017

Francesco Paolo Memmo

NUGAE

Discorro di minime cose
di privati destini
ad esempio del miglio
da dare agli uccellini

Mento a me stesso nel sonno della mente

Mentre volano via le giornate
in forzato riposo
a me alieno
o in innocue battaglie
quanto meno

Oggi che la scrittura
non mi dà più piacere
anzi mi fa paura

*

Mi chiedo quale sia
e quale mai sarà
l’estrema unzione
l’estrema funzione
l’ultima poesia

il capitolo della
capitolazione

*

Vai piano, stai calmo, mi ripeto,
attento a non sbagliare, rifletti,
evita il trucco, scansa il tranello.

Ma poi dove la metti
l’ira, la rabbia, la sacrosanta
trasgressione del divieto,
l’inaudita voglia che m’agguanta
di vendicarmi a colpi di martello?

*

Geme un verso  sul fondo
della pagina

E se nelle sue sillabe
il segreto del mondo
si celasse?

Tu raccoglilo prima
che sia tardi
accompagnalo in rima
ad onta del ludibrio
come sopra un asse
sottile d’equilibrio


da “Cantrappunto”, bimestrale di poesia e arte, Piovan Editore, Novembre-Dicembre 1984

venerdì 11 agosto 2017

Juan Ruiz

TU NON ESISTI

Tu non esisti. Perché non ti vedo.
Questo dicono gli occhi, ma le mani
e le labbra ricordano tenere prove.
Sei vera e vieni e mi liberi dal dubbio
della tua inesistenza, liberandomi
così dal mio patire. A occhi chiusi
ti vedo e la voce, palpabile e densa,
combatte i miei dubbi per affermare
finalmente che esisti, che il patire
e il piacere mi accolsero e trattennero
redimendo col tatto anche il silenzio.

(inedita)


mercoledì 9 agosto 2017

Michele Colafato

BASHŌ E LA RANA

Un mattino il poeta Bashō
sentì una gran pace dentro
e invece di correre
a scrivere un haiku
si rilassò in quello che stava facendo
– stendere il bucato ad asciugare
sulla canna.
Fu in quel momento
che udì la rana tuffarsi
nel vecchio stagno: plof!

da AA. VV. Per una gentile compagna di viaggio, Dieci omaggi a Nancy Watkins, Fàmmera Edizioni, 2o17


lunedì 7 agosto 2017

Marco Caporali

CORPI SI OFFUSCANO

Corpi si offuscano alla distanza
nessun corpo fa ombra.
Sembra riposo lo stato d’allerta
per sentirsi più simili alle piante
e non cedere all’evidenza di coloro che se ne vanno
quando le nuvole assumono forma d’albero e gli alberi di nuvola.


da AA. VV. Per una gentile compagna di viaggio, Dieci omaggi a Nancy Watkins, Fàmmera Edizioni, 2o17

venerdì 4 agosto 2017

Edoardo Ferri

DI TE VORREI CAMBIARE

Di te vorrei cambiare
quelle mani tormentate
ma il tempo mi ha insegnato
che sono anch’esse canto
del tuo corpo impaziente
e lieve come la parola
preziosa delle tue caviglie.


(inedita)

mercoledì 2 agosto 2017

IL MADRIGALE

8 - Luigi Tansillo

Sol nacqui a tormentarmi
in questa valle d’ogni pena e doglia!
Ma chi di vita e libertà mi spoglia,
non voi, ch’io mi lamenti.
Fàllo sol, perché il duolo sia maggiore,
non sfogando l’ardore.
O vita piena di martìri e guai!
Io non cesserò mai
di dir: ch’è lieto sol chi more in fasce
ovver chi mai non nasce!

lunedì 31 luglio 2017

William Blake

IL GIORNO

Il sole s’alza all’Est,
Vestito d’abiti di sangue e d’oro;
E spade e lance e collera crescente
Tutto all’ingiro avvolgono il suo seno,
Di bellicosi fuochi incoronato e da voglie furenti.

traduzione di Giuseppe Ungaretti


Da Visioni, Mondadori, 1965

venerdì 28 luglio 2017

D. H. Lawrence

MATTINO DI PRIMAVERA

Ah, nel vano della porta
aperta c’è un mandorlo
infiammato di fiori.  
   – Smettiamo di litigare.

Tra il rosa e blu del cielo                           
e i fiori del mandorlo           
svolazza un passero.                                  
   – Ne siamo usciti,

finalmente è primavera!
Ma guarda, credendosi solo,
come fa il prepotente coi fiori!
   – Ah come, tu ed io,

saremo felici! – Ma lo vedi
come colpisce i ciuffi
dei fiori, l’impudente?                                      
   – Ma te la saresti sognata

tutta quest’amarezza?
Non pensarci, è finita, è primavera.
Saremo un’estate felice,                            
   una tenera estate.                         

Siamo morti, abbiamo ucciso e siamo stati uccisi.
Non siamo più gli stessi.
Mi sento nuovo e ansioso
   di ricominciare.

Che bello vivere e dimenticare,           
sentirsi davvero nuovi.                                   
Lo vedi il passero tra i fiori?
   Che chiasso sta facendo?

Crede che tutto il cielo azzurro      
conti meno dell’ovetto azzurro
che ha nel nido – saremo felici          
   tu ed io, io e te.

Più niente per cui litigare
ancora – almeno tra di noi.
Guarda che meraviglia il mondo
   fuori dalla porta!


Traduzione di Francesco Dalessandro

mercoledì 26 luglio 2017

Michele Colafato

PIETRE D’INCIAMPO

Abbiamo bisogno di pietre
d’inciampo di sentire nei nervi
e nei muscoli il morso
dell’ansia e dell’impazienza
e imparare l’attenzione a quello
che vogliamo o non vogliamo
e a quello che ci spetta

Mosè balbuziente di parola
incespica nei suoni
Giacobbe zoppicando fuori

dal guado balbetta nel passo

(inedita)

lunedì 24 luglio 2017

Kenneth Rexroth

QUANDO NOI CON SAFFO

« … vicino all’acqua gelida
il vento suona tra i rami
del melo, e dalle foglie tremanti                 
il sonno si versa… »

Siamo qui, in un frutteto incolto,
pieno d’api d’un podere in rovina
del New England, distesi
con l’estate fra i capelli e l’odore
dell’estate sui nostri corpi uniti,
l’estate nelle bocche, l’estate
nei frammenti luminosi di parole
di questa greca morta.
Smetti di leggere. Piegati.
Dammi la bocca. Eguaglia,
la tua grazia, la bellezza del sonno.
Mi vieni incontro come un’onda
che si muove nel sonno. Il tuo corpo
s’espande nel mio cervello                 
come un’estate piena di uccelli;
non come corpo o cosa a sé stante
ma come nembo che incombe
su ogni altra cosa al mondo.
Appoggiati a me. Sei bella,
bella come la piega
delle tue mani nel sonno.

Siamo invecchiati, nel pomeriggio.
Qui, nel nostro frutteto adesso abbiamo
l’età di Saffo, ovunque sopra mari
lontani la sua polvere sfavilli
e sparsa lampeggi sulla cresta
delle onde o macchi la conchiglia
del murice. Intorno a noi
la vecchia fattoria sprofonda
nel miele del caos estivo.
In quelle isole lontane i templi
sono stati abbandonati e il marmo
è color miele selvatico.                                                                     
Non resta nulla dei giardini
che un tempo li circondavano, delle
grasse zolle segnate dagli zoccoli.
Solo erba di mare resiste
sulla pietra sgretolata,
sui gradini scheggiati,
solo il blu e il giallo
del mare, e in lontananza
gli scogli rossi oltre la baia.
Piegati indietro.
Ora, la sua memoria è sulle nostre
labbra. Attraverso il caos estivo i baci
ci cadono sul petto, sulle cosce.

Colossali cupole d’oro,
cumuli di nubi si levano
sull’ondeggiante, sibilante foresta.
L’aria preme la terra.
Il tuono scoppia sui monti.
Lontano, sugli Adirondacks,
un lampo tremola, quasi invisibile
nel cielo vivido, violetto
contro il grigio carico
dell’ombra di nuvole grasse.  
La fresca chioma virile
dei temporali spazzola
il gonfio orizzonte. Togliti
scarpe e calze. Ti bacerò
le dolci gambe e i piedi
mezzo sepolti nell’intrigo
di maleodoranti fiori estivi.                     
Spogliati. Voglio schiacciare
la tua carne d’estivo miele
contro il suolo caldo, e sull’erba
pesta, pungente di mezza
estate. Lascia che il tuo corpo
scenda come miele tra le calde
ruvide dita dell’estate.

Fermati. Aspetta. Basta poco.                        
Baciami con la bocca umida e aspra,
la tua bocca che ha lo stesso sapore
della mia carne. Leggi ancora
per me la musica sinuosa
di quella lingua che comprende tutte
le altre lingue ed è un’opera d’arte.
Leggimi ancora quelle singole,
toccanti parole salvate
da filologi antichi per spiegare
coniugazioni e declinazioni
di morti ancora più antichi.
Piegati nell’incavo del mio corpo.
Premi le tue spalle contuse
contro i madidi peli del mio corpo.
Baciami ancora. Pensa, dolce linguista,
che al mondo l’ablativo è impossibile.
Nessun altro qui ci aiuterà.
Dobbiamo aiutarci reciprocamente.
Il vento s’allontana lentamente
dalla tempesta; vira sulle creste
boscose; fischia nelle valli.
Qui siamo isolati, l’un con l’altra;
e c’è isolamento al di là
di questo frutteto, l’isolamento
del mondo intero. Non lasciare
che s’intrometta mai niente
nella solitudine di questo giorno,
di queste parole, isolate da lingue
morte, di questo frutteto, nascosto
ai fatti e alla storia, di queste ombre
in armonia con la luce estiva, tutt’insieme
isolati oltre la reciprocità del mondo.

Non dire altro. Non parlare.
E non rompere il silenzio
finché l’uno dell’altra non saremo
stanchi. Facciamo correre le dita
come lame d’acciaio sui contorni
dei nostri corpi dorati. Non parlare.
Il mio viso affonda nell’estate
invischiata dei tuoi capelli.
Il ronzio delle api è cessato.
La quiete cade come una nube.
Taci. Lascia andare il tuo corpo
nel silenzio pieno di stupore
dell’estate compiuta –
indietro, indietro, all’infinito –
le nostre labbra, deboli,
esangui per l’immobilità.
Guarda. Il sole è tramontato.
Ora ci sono lunghe luci ambrate
sui tronchi spaccati dei vecchi meli.
I nostri corpi s’avvicinano
come nel sonno; esausti
e sazi insieme, come l’estate
va verso l’autunno e noi,
con Saffo, incontro alla morte.
Le mie palpebre sprofondano nel sonno
nel caldo autunno dei tuoi capelli sciolti.
Il tuo corpo tra le mie braccia
si muove sul bordo del sonno;
e è come se tenessi
tra le braccia il serale
cielo estivo pieno d’uccelli.


 Traduzione di Francesco Dalessandro

da The complete poems of Kenneth Rexroth, edited by Sam Hamill & Bradford Morrow, Copper Canyon Press, 2003.